Santeramo - mercoledì 03 febbraio 2016 Attualità

Il commento

Situazione giovanile a Santeramo, il commento del prof. Visitilli

Il professor Visitilli, insegnante all'istituto Pietro Sette di Santeramo, commenta con dure parole la situazione giovanile nel paese alla luce degli ultimi fatti di cronaca

Giancarlo Visitilli
Giancarlo Visitilli © Giancarlo Visitilli
di Giancarlo Visitilli

In cinque anni, che insegno in una cittadina in provincia di Bari, ma potrebbe trattarsi della mia stessa città, è accaduto più volte di perdere gli studenti. Non perché bocciati. Magari, avrei preferito anche io, aderire almeno per una prima volta alla loro bocciatura, ma vederli ancora vivi!

Morti, perché la vita gli ha sottratto la gioia di vivere. Morti perché “mai una gioia”, come ho letto sul profilo facebook di uno di loro, solo due giorni fa. Morti perché (lo voglio dire), perché dal venerdì alla domenica sera, non ci sono regole: lo sballo manda a far benedire ogni pagina di Storia, anche delle migliori, ed ogni tregua si trasforma in guerra: la loro con se stessi. Niente poesia, perché il mondo gli ha insegnato che l’unica poesia, dal venerdì alla domenica sera, secondo loro, è quella di Jim Morrison, di Bob Marley, Kurt Cobain, che neanche conoscono, tantomeno ne traduco i testi, li ascoltano quando sono sballati, perché passano per “quelli come noi”, che “si scattavano di alcol e droga”. Se facessimo conoscere anche a scuola Morrison, Marley e Cobain, si accorgerebbero di come anche loro rivendicavano un desiderio di attaccamento alla vita da paura, peggio di Ungaretti in Veglia. Invece, a loro, ai miei studenti, fa comodo trovare ‘amici’ alleati, complici, pensare che con i poeti maledetti ci sia una corrispondenza d’amorosi sensi, che li vede vicini a loro solo nell’arte di farsi le canne, impasticcarsi bere, guidare a velocità inaudita. “Non pensare a niente”.

E allora voglio dire le cose anch’io senza regole, perché sono incazzato, turbato, sconvolto dal fatto che ho insegnato all’ennesimo studente, morto, cos’è quell’attaccamento alla vita su cui, forse, lo avrò pure interrogato, ma oggi interroga lui me, con queste parole: non mi hai insegnato niente, neanche ad apprezzare la vita, che è rimasta confinata sui libri di letteratura italiana, fra le poesie che ho anche tradotto, ma mai reso versione in vita per me.

Io, non per senso di colpa, ma in quanto educatore oggi mi sento un fallito nei suoi confronti e nei confronti di una comunità che ha perso un’altra vita. L’ennesima!

Oggi, lunedì, ho chiesto ai miei studenti di fare lezione dedicandoci al vomito. “Vorrei che vomitaste sulla carta, utilizzando la penna, tutto quello che avete in pancia, col rischio che non arrivi mai in testa”. Non so quanti avranno il coraggio di dire, scrivere, ammettere, pubblicare e vomitare quello che ho letto questa mattina nei loro occhi.

Io, da me, devo trovare pur un modo per stupirli, lasciarli impietriti, come lo siamo tutti in questo lunedì, in occasione della morte di uno di loro, del ferimento di altri e delle preghiere per una loro amica, fra quelli che sabato mattina si sono schiantati con la loro auto, quasi sotto il balcone delle loro case.

Li vedo in classe parlare fra di loro, tristi, qualcuno prega, perché spera che, in queste ore, i feriti, fra i quattro, ce la facciano. A vivere. Perché di questo parliamo, di scommessa perché dei ragazzi, degli adolescenti, poco meno o poco più, ce la facciano a vivere.

Nessuna forma di giudizio da parte mia. Solo sincerità, quella di chi sa che nella cittadina dove io insegno, per scelta, da cinque anni, i bar fanno a gara, dal lunedì alla domenica, a far pagare meno i cicchetti (“professò, sta un bar che più bevi, meno paghi”, perché la quantità a quell’età mette in moto l’adrenalina, quella utile per dimostrare che “so ‘na spugna”). Tutti sanno, compresi i genitori, noi insegnanti, che in questi bar, i nostri figli e studenti bevono, bevono e bevono. A scuola, si divertono a raccontare delle loro sbornie. E tu puoi sforzarti di organizzare per loro incontri con quelli dell’Anonima alcolisti, con tanto di testimoni salvatisi al limite, di quei racconti per cui li vedi piangere, emozionarsi, scaldarsi… Il pomeriggio sono nei bar, “perché la scuola è scuola”, tutto quello che sta fuori dal cancello della stessa risulta vera vita, esperienza da sfruttare al massimo.

Perché, tutti, in questa cittadina raccontano che non si fa il controllo con l’alcol test? “Perché chi mangia carne è normale che beva vino”, come mi dice senza alcuna remora un mio studente? Alla carne, al vino e al guadagno, tutti, specie se educatori, dovremmo scegliere la vita. Soprattutto se a darle impulso è la Legalità.

Più volte, con la scusa di parlarne, sentendosi vittime di un sistema e volendo trovare in esso loro complici, gli studenti mi hanno chiesto: “Professore, ma lei le canne se le faceva? Ha mai provato la cocaina? E le pallette?”. Ho dichiarato loro di essermi fatto male, molto male, di essermi fatto tante canne e non altro, ma anche di aver perso due dei miei migliori amici d’infanzia, non per le canne, ma perché “non è una cazzata” che il passaggio dalle canne ad altro è breve. Io lo so, loro lo sanno e tutti facciamo finta che non sia vero. Fra i miei studenti, fra gli abitanti del luogo dove insegno, come nella mia città di appartenenza, gira troppa droga fra i ragazzi. Io lo so, tutti lo sanno, e tutti facciamo finta di niente. Fino a quando non ci scappa il morto, o come nel nostro caso, i morti. Troppi morti!

Se nella mia Bari, ci si impasticca o ci si strafà di alcol e canne in diversi luoghi, in questa cittadina è più comodo: son cinque anni che impazzisco, incazzandomi, parlandone con i genitori, pèerché qui esistono “i locali”. Sono degli scantinati o poco più, per cui i ragazzi e le ragazze pagano un fitto, molte volte, pagato dai loro stessi genitori, senza che nessuno si preoccupi di cosa si faccia in quei luoghi. E se i ragazzi lo raccontano a me, che sono un loro docente, figuriamoci se non lo sanno i genitori! E se io so, vedo, odoro, ascolto quello che circola in questo paese, mi chiedo come sia possibile che chi ha la responsabilità di ogni sorta, da quella politica, della sicurezza ma anche quella che mi compete, educativa, non si dia da fare o avverte l’impossibilità a farlo? Cosa bisogna fare per non far morire i ragazzi e le ragazze per cause formali, di quelle che si dicono per rispetto ed educazione in occasione di certe morti, comprese per quelle cause che tutti conosciamo e che per una forma di (non) rispetto, non diciamo, ignoriamo e facciamo finta che non esistano?

Quali consigli dare ai ragazzi, in queste occasioni? Il silenzio, parlarne, l’aiuto dello psicologo, l’utilizzo delle loro stesse parole? Parole forti, che, molto spesso, ricorrono alla volgarità, ad immagini forti, ma a cui mi piace aderire perché rappresentano l’onesta visione della vita secondo loro: “ho voglia di gridare”, “vorrei scattarmi di musica nelle orecchie, perché non vorrei ascoltare nessuno”, “mi piacerebbe sfogarmi con un’intensa scopata”, “farei a pugni col muro”, “mi piacerebbe andare sulla salma del mio amico morto e picchiarlo, urlargli che ci ha lasciati soli!”. La vita, la forza, il coraggio, l’istinto, la rabbia. L’Amore.

Adesso, immagino che, fra qualche giorno, andremo ai funerali di uno degli studenti che sabato mattina hanno lasciato per sempre tutti noi. Spero sia solo uno di funerale! Per giorni saremo a lutto. Nelle nostre aule ci sarà aria sazia di retorica. Ci inventeremo di tutto e di più perché il tempo passi. Intanto, scegliere di andare ad insegnare in un’altra città non cambierebbe nulla. Stessi problemi, stesse vittime, stesse modalità. Stesse responsabilità!

E se provassimo ad invertire la rotta? A lasciarci interrogare, noi insegnanti, genitori, amici, educatori, rispetto ai quotidiani “mai una gioia”? E se cominciassimo a non ridere, a non fare gli amici, a non fare “i tranquilli” sulle questioni che riguardano le canne, le pallette, i cicchetti….? E se smettessimo di pensare che la scuola, la politica, la legalità c’entrano solo quando le nostre vite si privano e si impoveriscono a causa di certe gravi mancanze?

Oggi, io, mi sento svuotato, ma strafatto di vita! Pur consapevole che la morte mai non muore, non solo nei romanzi e nei versi delle poesie.

Fonte: In Cattedra blog - Repubblica Bari.

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1 Commento
  • francesco giampetruzzi ha scritto il 05 febbraio 2016 alle 09:57 :
    Condivido il suo dolore, io che ho vissuto questa realtà. Lei ha perfettamente ragione. Ho perso un’amica. Ho sentito dentro me le sue riflessioni. Da giovane le dico che a noi giovani ci spingono in un mondo fatto di numeri, soldi e profitto, il mondo del fare per avere, tutto e subito, e non del fare per donare, a volte sè stessi al prossimo. Siamo tutti vittime di un inganno, di un’illusione tragica. La realtà è che viviamo in uno stato di abbandono. L’abbandono crea il vuoto e la disperazione, entrambi accortamente velati agli altri e a se stessi attraverso lo sballo.
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